Spiegazione
della
Santa Messa
di
Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)
XXXVII - ORAZIONI PRIMA DELLA COMUNIONE
Segue ora l'orazione della
pace: Domine Jesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis,
pacem meam do vobis: ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesia tuae: eamque secundum
voluntatem tuam pacificare et coaudunare digneris: qui vivis et regnas Deus per omnia
saecula saeculorum. Amen.
Questa è la formula con la quale il sacerdote domanda per i fedeli la pace
e l'unione nella carità, nel momento in cui stanno per partecipar ai santi
misteri. Quest'orazione non si dice nelle Messe dei defunti. Quando è terminata,
il celebrante da la pace al diacono, e questi, a sua volta, al suddiacono, incaricato
di portarla al coro. Se il celebrante è un vescovo, da la pace al sacerdote
assistente, che a sua volta la porta al coro, mentre il diacono e il suddiacono la
ricevono direttamente dal prelato. Quanto al celebrante, prende la pace baciando
l'altare vicino all'Ostia santa. È il Signore stesso che gliela dona. Per
dare la pace ci si può servire d'una placca di metallo prezioso, che per questo
si chiama instrumentum pacis (17); in tal caso il celebrante, dopo
aver baciato l'altare, bacia questa placca. Se si trovano tra gli assistenti all'augusto
Sacrificio qualche principe o principessa o qualche gran personaggio che si vuoi
onorare, sì porta loro líinstrumentum pacis, che essi baciano a loro
volta.
Abbiamo già fatto notare che non si da la pace nelle Messe dei defunti: la
medesima cosa si osserva il Giovedì Santo per protestare contro il bacio di
Giuda, col quale Nostro Signore fu tradito e consegnato ai suoi nemici. Tale cerimonia
si omette ugualmente il Sabato Santo, mantenendo così l'antico costume che
si praticava quando la Messa si celebrava di notte: il gran numero dei neofiti avrebbe
potuto esser occasione di confusione. E poi il Signore non rivolse ai suoi discepoli
riuniti le parole Fax vobis, se non alla sera della Risurrezione. Per questo
la Chiesa, volendo rispettare le più piccole circostanze della vita del suo
celeste Sposo, omette nella Messa del Sabato Santo il canto dell'Agnus Dei,
che richiederebbe il dona nobis pacem, e tralascia anche la cerimonia del
bacio di pace, che non si riprende se non alla Messa del giorno di Pasqua.
Il sacerdote aggiunge all'orazione precedente altre due orazioni. Quelle che oggi
figurano nel Messale sono d'origine moderna, quantunque contino già mille
anni. Un tempo, ciò che si diceva in questo momento apparteneva alla tradizione,
come pure le preghiere dell'Offertorio, perciò tali orazioni non si trovano
nel Sacramentario di san Gregorio, che contiene soltanto i prefazi, il Canone, le
collette, le secrete ed i postcommunio. Tutto il resto si trasmetteva per tradizione
e variava secondo le Chiese. Tra queste diverse orazioni si sono scelte quelle che
figurano oggi nel Messale, e devono dirsi sempre, anche quando si sopprime l'orazione
della pace.
La prima delle suddette orazioni incomincia così: Domine Jesu Christe,
Fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris, cooperante Spiritu Sancto, per mortem tuam
mundum vivificasti. Vediamo con questa orazione come nella morte di Nostro Signore
agisca tutta la Santissima Trinità; il Padre vi mette la sua volontà:
ex voluntate Patris lo Spirito Santo vi coopera ed assiste l'umanità
di Nostro Signore nell'offerta che fa di se stessa: cooperante Spiritu Sancto.
Ma proseguiamo nell'orazione: libera me per hoc sacrosanctum Corpus et Sanguinem
tuum ab omnibus iniquitatibus meis, et universis malis. La prima cosa che dobbiamo
desiderare, ricevendo la santa Comunione, è di vederci interamente liberi
dai nostri peccati. E, poiché non ci preoccupa solamente il momento presente,
domandiamo d'essere liberati da tutti i mali anche futuri, aggiungendo la seguente
petizione che riguarda l'avvenire: et fac me tuis semper inhaerere mandatis,
et a te numquam separari permittas: qui cum eodem Deo Patre et Spiritu
Sancto vivis et regnas Deus in saecula saeculorum. Amen. Così a Dio che
viene in noi nella santa Comunione domandiamo tre cose: in primo luogo di liberarci
dai nostri peccati; poi d'essere sempre fedeli ai suoi Comandamenti; infine, di non
permettere mai d'essere separati da Lui.
Segue la terza orazione: Percepito Corporis tui, Domine Jesu Christe, quod ego
indignus sumere praesumo, non mini proveniat in judicium et condemnationem. Si
fa qui allusione alle parole di san Paolo sulla santa Comunione contenute nella sua
prima Lettera ai Corinzi: Qui enim manducai et bibit indigne, judicium sibi manducai
et bibit (11,29). L'orazione termina così: sed prò tua pietate
prosit mihi ad tutamentum mentis et corporis, et ad medelam percipiendam: qui vivis
et regnas... Vi è, evidentemente, in questa orazione una dimenticanza
dei liturgisti che l'hanno composta. In tutte le altre si ha cura speciale di menzionar
il Corpo e il Sangue di Cristo, mentre qui non si parla che del Corpo. Questa orazione,
dunque, potrebbe sembrare poco necessaria, se la sua utilità non apparisse
dall'uso che se ne fa nella funzione del Venerdì Santo. In questo giorno,
infatti, il sacerdote si comunica sotto la sola specie del pane, ma non offre il
santo Sacrificio. Per l'immolazione della Vittima sarebbero necessarie le due specie,
del pane e del vino. Ma, nel giorno del gran Venerdì, il ricordo del gran
Sacrificio compiuto sul Calvario preoccupa talmente il pensiero della Chiesa che
rinunzia a rinnovarlo sull'altare, limitandosi a partecipar al mistero sacro per
mezzo della Comunione. E questa orazione, di cui stiamo parlando, è quella
che si usa al momento della Comunione, escludendo la precedente, che fa menzione
del Sacrificio. Questa medesima preghiera può essere molto opportunamente
utilizzata da tutti i fedeli che si apprestano a ricevere la santa Comunione.
Terminate queste orazioni, il sacerdote dice le seguenti parole, desunte dal salmo
115: Panem caelestem accipiam, et nomen Domini invocabo, "prenderò
il pane celeste e invocherò il nome del Signore". Quando la santa Chiesa
può attingere dai salmi, lo fa sempre, perché sono per essa la vera
sorgente, il modello e il tipo della preghiera.
Pronunziate queste parole, il sacerdote prende con la mano sinistra le due parti
dell'Ostia, sotto la quale tiene la patena, e, battendosi il petto per tre volte,
dice: Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: sed tantum die verbo,
et sanabitur anima mea. Queste parole sono quelle che il Centurione rivolse a
Nostro Signore quando andava a guarire il suo servo. E qui di nuovo dobbiamo far
notare la cura con cui la Chiesa è andata scegliendo i passi più belli
delle Sacre Scritture per incastonarli nella Santa Messa come ricchissimi diamanti.
Diciamo, dunque, anche noi: Domine, non sum dignus... Quanto a noi, non chiediamo
la guarigione d'uno dei nostri servi. No, imploriamo soccorso per la nostra stessa
anima, e queste parole sono com'un supremo appello rivolto a Dio. Abbiamo un gran
bisogno di essere guariti, e quanto più ci avviciniamo al Signore, che solo
può sanarci, tanto più deve crescere la nostra confidenza. È
vero che la nostra indegnità ci riempie di confusione e di vergogna; ma chi
è potente come Dio? Non dobbiamo che domandargli umilmente: Sed tantum
die verbo, et sanabitur anima mea, "ma di' soltanto una parola e l'anima
mia sarà guarita".
NOTE
17) «L'instrumentum pacis, per lo più in argento o in metallo cesellato, spesso rappresentante la Pietà o la Crocifissione, non serve ormai che a portare la pace ai dignitari ecclesiastici presenti alle Messe lette e, secondo l'usanza di molte chiese, ai novelli sposi, durante la Messa nuziale»: M. RIGHETTI, op. cit., vol. I, pp. 386-387.