Spiegazione
della
Santa Messa
di
Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)
XXV - QUAM OBLATIONEM
Qui ha inizio la magnifica
orazione che si prolunga sino al Memento dei defunti e che racchiude il sublime
mistero della transustanziazione. Ecco ciò che dice il sacerdote: Quam
oblationem tu, Deus, in omnibus, quaesumus, benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem,
acceptabilemque facere digneris... La santa Chiesa continua ad occuparsi dell'oblazione,
pregando Dio di benedirla (benedictam), ed il sacerdote fa su di essa il segno
di croce, affinchè, santificata da questo segno, sia accetta al Signore; adscriptam
(ancora un segno di croce): quest'oblazione è talmente importante che deve
essere "registrata", cioè che bisogna ben considerarla; ratam
(un ultimo segno di croce), deve essere ratificata, approvata e confermata in
cielo come cosa buona e conveniente; infine, questa oblazione deve essere rationabilem
(14)
Per comprendere tutto questo, bisogna ricordarsi ciò che erano le vittime
dell'antica legge, vittime, dopo tutto, grossolane, figure, la cui grandezza procedeva
dalla relazione esistente tra esse e il Sacrificio della croce. Il pane e il vino,
o - anticipando con la Chiesa l'effetto dell'augusta Consacrazione - il Corpo e il
Sangue di Gesù Cristo, sono qui la vera Vittima, l'oblazione spirituale che
rende per sempre superflui e sterili gli altri sacrifici.
È in questo senso che san Paolo, scrivendo ai Romani, dice loro che devono
offrire a Dio nelle loro persone un'ostia interiore e veramente spirituale: Obsecro
vos, fratres, per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam
viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum, «Voi che
siete cristiani - dice l'Apostolo - dovete offrire a Dio non solamente le vostre
anime, ma anche i vostri corpi, come ostia vivente, santa, gradita a Dio e ragionevole,
cioè spirituale, in opposizione alle vittime della legge antica» (Rm
12,1). Così, dunque, il cristiano deve offrire a Dio persino il suo corpo,
facendolo partecipar alla preghiera, praticando il digiuno e la penitenza, per impedire
che segua continuamente le tendenze della materia; in una parola, deve far in modo
che la parte inferiore del suo essere s'innalzi sino ad unirsi senza ostacolo alla
parte superiore.
Ritorniamo ora all'offerta dell'altare. Se questo pane o questo vino dovessero rimanere
tali, non sarebbero superiori alle vittime dell'antica legge; ma ben presto si trasformeranno
nel Corpo, Sangue e Anima di Nostro Signore Gesù Cristo e, di conseguenza,
quest'ostia sarà rationabilem, ossia essenzialmente spirituale. Ma
questo non è tutto. Bisogna, inoltre, che l'oblazione sia acceptabilem,
ossia che il Signore possa dire: "lo sono soddisfatto dell' offerta che mi è
stata fatta".
Ut nobis Corpus et Sanguis fiat dilectissimi Filli tui Domini nostri Jesu Christi.
Alle parole Corpus et Sanguis, il sacerdote fa il segno di croce sull'ostia
e sul calice. Che l'oblazione si converta nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo!
Senza dubbio il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo sono in cielo, ma noi domandiamo
che siano prodotti quaggiù, in quest'oblazione che offriamo. È dunque
per noi che domandiamo questo cambiamento dell'oblazione nel Corpo e nel Sangue del
Signore, perché la Chiesa ce lo fa dire: Fiat nobis, "siano messi
a nostra disposizione e divengano nostro nutrimento".
NOTE
14) II Canone Romano e l'anafora di san Giovanni Crisostomo definiscono la santa Messa "oblationem rationabilem" e "logikèn latreìan", a cui partecipano lo spirito e la ragione. Il RIGHETTI a tal proposito osserva: «La formula (quam oblationem) domanda con una serie di termini propri del linguaggio giuridico romano, che l'oblazione diventi in omnibus, interamente, sotto ogni rapporto, benedictam, consacrata; adscriptam, registrata a merito degli offerenti; ratam, ratificata, cioè riconosciuta valida; rationabilem, spirituale, secondo l'elevato concetto del sacrificio che i filosofi greci dichiaravano essere l'unica forma di culto degna di Dio, in opposizione ai sacrifici carnali, cruenti, ormai aboliti; od anche nel senso di "canonica", secondo le debite forme; acceptabilem, gradita»: op. cit, voi. III, Milano 1966, p. 385.