Spiegazione
della
Santa Messa
di
Dom Prosper Guéranger O.S.B
Abate di Solesmes (1805-1875)
CANONE DELLA MESSA
Terminato il Prefazio,
risuona il Sanctus e allora il sacerdote entra nella nube. La sua voce non
si udrà più finché la grande preghiera non sarà terminata.
Essa ha ricevuto il nome di Canon Missas, cioè "regola della Messa",
perché tale parte è veramente ciò che costituisce la Messa:
è ciò che si può definire la Messa per eccellenza. Termina al
Pater noster, e il sacerdote, che ha concluso ad alta voce le preghiere dell'Offertorio,
completerà questa nel medesimo modo, facendo udire le parole: Per omnia
saecula saaculorum. I fedeli rispondono Amen, ossia: "approviamo
tutto ciò che hai detto e fatto, perché abbiamo, come te, l'intenzione
di far venire il Signore, perciò ci associamo a tutte le tue azioni".
Il sacerdote, dunque, dice a bassa voce tutta la grande orazione del Canone, ed anche
la parola Amen che conclude le diverse orazioni che compongono tale preghiera.
Una sola volta alza un po' la voce, ma non dirà che alcune parole per confessarsi
peccatore, egli e quelli che lo circondano: nobis quoque peccatoribus.
Nel secolo XVII gli eretici giansenisti vollero introdurre la pratica di recitar
il Canone della Messa a voce alta. Ingannato da essi, un successore di Bossuet, il
cardinal de Bissy, aveva lasciato mettere la R. impressa in carattere rosso nel Messale
che aveva fatto comporre per la sua Chiesa, secondo un diritto che i vescovi di Francia
s'immaginavano allora d'avere. Questa R, in rosso significava naturalmente che il
popolo doveva risponder ad alta voce con la parola Amen alle orazioni, e siccome
non si può risponder a ciò che non si ode, bisognava di conseguenza
che il sacerdote dicesse a voce alta tutto il Canone, che era precisamente ciò
che desideravano i giansenisti. Questa pericolosa innovazione suscitò vive
ed energiche proteste, ed il cardinal de Bissy stesso corresse questo suo errore.
Le diverse orazioni che compongono il Canone sono molto antiche, ma non risalgono
ai primi tempi della Chiesa. Ciò è provato dal fatto che tutta l'officiatura
divina si faceva inizialmente in greco, lingua, a quell'epoca, molto più usata
di quella latina. Dobbiamo dunque credere che dette orazioni siano state composte
verso il II secolo o nei primi anni del III. Tutte le Chiese hanno il loro Canone,
il quale, se differisce un poco nella forma, è in sostanza sempre il medesimo,
e la dottrina espressa nei diversi riti s'accorda spesso con quella che noi esprimiamo
nel rito latino. Prova ammirabile dell'unità della fede, qualunque sia il
rito.
La prima lettera della prima orazione del Canone è una T, che equivale al
Tau degli Ebrei e che, per la sua forma, rappresenta la croce. Nessun altro
segno poteva meglio porsi all'inizio di questa grande preghiera, nella quale si rinnova
il Sacrificio del Calvario. Pertanto, quando si cominciarono a scrivere quei magnifici
Sacramentari, arricchiti di disegni e d'illustrazioni d'ogni specie, si volle adornar
il Tau e s'ebbe l'idea di mettere sulla croce che forma questa lettera l'immagine
di Cristo. A poco a poco il disegno s'ingrandì e si finì per rappresentare
tutta la scena della crocifissione; e, per quanto grande fosse questo disegno, serviva
sempre da prima lettera all'orazione Te igitur. Alla fine si decise che, per
l'importanza del soggetto, poteva farsi di essa una stampa a parte. E infatti così
si fece, tanto che oggi non v'è un solo Messale completo che non abbia, nel
foglio antecedente a quello in cui comincia il Canone, l'immagine di Cristo crocifìsso.
E ciò deriva, dunque, semplicemente dalla prima illustrazione degli antichi
Sacramentari.
Quanto all'importanza del Tau o T vediamo che se ne parlava già nell'Antico
Testamento. Ezechiele dice, a proposito degli eletti, che tutti coloro che Dio vorrà
riserbare per sé dovranno essere segnati in fronte col segno del Tau,
fatto col sangue della vittima, e tutti costoro saranno risparmiati (9,4-6). La ragione
di ciò si fonda nell'essere tutti salvati dalla croce di Gesù Cristo,
la quale aveva la forma del segno Tau. Anche nella Cresima, il vescovo fa
il segno del Tau con l'olio santo sulla fronte dei cresimati.
La croce di Nostro Signore aveva la forma di Tau, cioè della T. In
cima, per sostenere l'iscrizione, si aggiunse un altro pezzo di legno (che completa
la forma della croce come la vediamo oggi) poiché san Giovanni ci dice che
la causa della morte di Nostro Signore fu posta per iscritto sulla croce: Scripsit
autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem (19,19).
Tale è l'importanza di questa lettera con cui comincia la grande preghiera
del Canone.
Te igitur, clementissime
Pater, per Jesum Christum, Filium tuum, Dominarti nostrum, supplices rogamus ac petimus.
Il sacerdote, dopo il Sanctus, allarga le braccia e le innalza; poi, congiungendo
le mani, leva gli occhi al cielo e subito li riabbassa. Allora, profondamente inchinato,
con le mani giunte e appoggiate sull'altare, dice: Te igitur, clementissime Pater.
Queste parole Te igitur indicano una sorta di congiunzione, mostrando che
il sacerdote è dominato da un solo pensiero, quello del Sacrificio. "Ora
che già ti appartengo", sembra dire a Dio (tutte queste preghiere s'indirizzano
al Padre, come abbiamo notato sin dall'inizio), "ora che i fedeli hanno rimessi
i loro voti e desideri nelle mie mani, tutti insieme ti supplichiamo in nome di questo
divin Sacrificio".
Poi bacia l'altare, per dare più espressione alla sua preghiera, e continua
dicendo: uti accepta habeas et benedicas, congiungendo le mani. Quindi si
appresta a fare per tre volte il segno di croce sulle cose offerte, aggiungendo:
haec dona, haec munera, haec sancta sacrificia illibata, "sì,
questo pane e questo vino che ti sono stati offerti sono veramente puri; degnati,
dunque, benedirli e riceverli; ma benedicili non come pane e vino materiale, ma considerando
il Corpo e il Sangue di Cristo in cui saranno trasformati". E per meglio mostrare
che ha di mira il Cristo, il sacerdote fa il segno di croce sul pane e sul vino.
Di nuovo allarga le braccia e prosegue: In primis, quae tibi offerimus prò
Ecclesia tua sancta cattolica. L'intenzione prima, quando si dice la Messa, è
per la santa Chiesa, perché non v'è nulla di più caro a Dio
che la sua Chiesa. E quando si parla della sua Chiesa, Dio è infallibilmente
colpito.
Quam pacificare, custodire, adunare et regere dignerìs foto orbe terrarum.
La parola adunare ci manifesta qui l'intenzione di Dio il quale vuole che la sua
Chiesa sia una, come Egli stesso dice nella Sacra Scrittura: Una est columba mea
(Ct 6,8). Entrando appieno nelle sue mire, gli chiediamo che la Chiesa rimanga sempre
una, e che nulla venga a scindere la veste inconsutile di Cristo. Come nel Pater
noster la prima cosa che Nostro Signore ci fa chieder è questa: Sanctificetur
nomen tuum, "sia santificato il tuo nome", insegnandoci in tal modo
che gl'interessi e la gloria di Dio devono precedere tutte le cose, così la
sua gloria, a proposito della sua Chiesa, si antepone qui a tutto: in primis.
Chiediamo per essa la pace, chiediamo che sia conservata e ben governata su tutta
la terra. Quindi il sacerdote aggiunge: Una cum famulo tuo Papa nostro N. et Antistite
nostro N. et omnibus orthodoxis, atque catholice et apostolicae fidei cultoribus.
Come si vede non vi è una sola Messa che non sia proficua a tutta la Chiesa;
tutti i suoi membri partecipano di essa, e si ha cura, in quest'orazione, di nominarli
specificatamente. In primo luogo si nomina il Vicario di Cristo sulla terra e, quando
si pronunzia il suo nome, si fa un inchino di testa per onorare Gesù Cristo
nel suo Vicario. Se la Santa Sede fosse vacante, questa menzione sì ometterebbe.
Quando il Papa celebra la Messa, sostituisce le parole che sono nel Messale con le
seguenti: Et me indigno servo tuo... Il vescovo fa lo stesso per sé
perché dopo il Papa, il Messale ricorda il vescovo della diocesi del luogo
dove si celebra la Messa, affinchè ovunque la santa Chiesa sia rappresentata
per intero. A Roma non si fa menzione del vescovo, poiché il vescovo di Roma
è il Papa.
Ma, affinchè siano nominati tutti i suoi membri, la Chiesa parla qui di tutti
i fedeli usando la parola cultoribus, cioè "tutti coloro che sono
fedeli cultori della fede della santa Chiesa", poiché è necessario
praticare questa fede per essere compresi nel numero di coloro dei quali la santa
Chiesa fa menzione; bisogna altresì esser ortodossi, come essa dice chiaramente:
omnibus orthodoxis, cioè "professare integra la fede cattolica,
la fede che abbiamo ricevuto dagli Apostoli". La Chiesa, insistendo su quelle
parole: omnibus orthodoxis, atque catholicse et apostolicae fidei cultoribus,
vuoi farci intendere che non prega qui per coloro che non hanno fede, per quelli
che non pensano con la Chiesa e non hanno la fede predicataci dagli Apostoli.
Dai termini che adopera la Chiesa, comprendiamo quanto la Santa Messa s'allontani
dalle devozioni private. Deve dunque venire prima di tutte, e le sue intenzioni devono
essere rispettate. Così la Chiesa fa partecipe di questo grande Sacrificio
tutti i suoi membri; questo fa sì che, se il santo Sacrificio della Messa
cessasse, non tarderemmo a ricadere nell'abisso di depravazione in cui si trovavano
i pagani, e questa sarà l'opera dell'Anticristo. Questi metterà in
pratica tutti i mezzi possibili per impedire la celebrazione della Santa Messa, affinchè
questo grande contrappeso sia abbattuto, e così1 Dio metta fine a tutte le
cose, non avendo più ragione di farle sussistere.
Ciò sarà facilmente comprensibile se osserviamo che, dopo il protestantesimo,
in seno alle società la forza è notevolmente diminuita. Sono scoppiate
guerre sociali dovunque, portando con sé la desolazione, e questo unicamente
perché l'intensità del Sacrificio della Messa è diminuita. È
il preludio di ciò che avverrà quando il diavolo e i suoi satelliti
usciranno scatenati per tutto il mondo, portando dappertutto il terrore e la desolazione,
come ci avverte il profeta Daniele. A forza d'impedire le ordinazioni e di far morire
i sacerdoti, il diavolo impedirà la celebrazione del grande Sacrifìcio,
e allora verranno i giorni della desolazione e del pianto.
E non bisogna meravigliarsene, perché la Santa Messa è un grande evento
per Iddio come per noi. Questo evento straordinario torna direttamente alla sua gloria.
Come potrebbe disconoscere la voce di questo Sangue mille volte più eloquente
di quello di Abele? È obbligato a prestarle una speciale attenzione, perché
la sua gloria v'è interessata, e perché è il suo stesso Figlio,
il Verbo eterno, Gesù Cristo, che s'offre come Vittima e che prega per noi
il Padre suo.
Così, dunque, dobbiamo sempre considerare tre cose nella Santa Eucaristia:
anzitutto il Sacrifìcio che da gloria a Dio; poi il Sacramento che è
alimento delle anime nostre; infine, il possesso di Nostro Signore che è la
nostra consolazione in questo esilio. Il semplice possesso di Nostro Signore, che
ci consente di adorarlo con facilità, è minore del Sacramento o della
Comunione; la Comunione è minore del Sacrificio poiché in essa si tratta
soltanto di noi; ma, quando queste tre cose si trovano unite insieme, allora tutto
è completo e si realizza pienamente il fine che Nostro Signore si propose
nell'istituire l'Eucaristia.
Senza dubbio, se ci fosse stato concesso solamente di poter adorar il Signore, presente
in mezzo a noi, sarebbe stato già molto, ma c'è stato dato molto di
più nella Comunione. Tuttavia, il Sacrificio rimane ben al di sopra di questi
due primi benefici. Infatti, attraverso il Sacrificio possiamo agire su Dio stesso,
senza ch'Egli abbia il diritto d'esser indifferente ad esso, poiché, altrimenti,
attenterebbe alla sua stessa gloria.
E, siccome Dio ha fatto tutto per la sua gloria, presta attenzione al Sacrificio
della Messa e accorda, in un modo o nell'altro, ciò che gli viene domandato.
Così neppure una sola Messa si celebra senza che si compiano i quattro fini
di questo gran Sacrificio: l'adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l'impetrazione;
e ciò perché Dio vi si è obbligato. Quando Nostro Signore, insegnandoci
a pregare, diceva: Sanctificetur nomen tuum, era già molto, e questa
domanda riguarda grandemente la gloria di Dio. Ma nella Santa Messa abbiamo molto
di più: possiamo dire a Dio che non ha il diritto d'ignorar il Sacrificio
perché in esso è Gesù Cristo che si offre e non può far
a meno d'ascoltare, perché è Gesù Cristo che prega.
In passato si metteva nel Canone, dopo il nome del vescovo, quello del re: et Rege
nostro N. Da quando san Pio V ha composto il Messale attualmente in uso, questo nome
si omette, fondandosi questa decisione di quel Pontefice sulle differenze di religione
dei prìncipi, sorte dopo il Protestantesimo. Attualmente c'è bisogno
d'un permesso particolare di Roma per menzionar il re nel Canone. La Spagna lo domandò
sotto Filippo II e l'ottenne. In Francia, il parlamento di Tolosa e quello di Parigi,
offesi perché il re non era nominato nel Messale di san Pio V, ne proibirono
la stampa. Nel 1855 Napoleone III domandò al Papa l'autorizzazione d'essere
nominato nel Canone della Messa, e gli venne accordato.
La prima e la seconda orazione del Canone della Messa non hanno né conclusione
né Amen.